«La mia vita segreta», prefazione di Rupert Gang in stile Gang.


Nota per gli increduli: «La mia vita segreta» è un "libro" vero, o meglio si tratta di una serie di 12 libri, stampati alla fine dell'800 in una piccola tipografia, su commissione del suo autore, che volle restare completamente anonimo. Si tratta di una raccolta che compone i diari di un gentiluomo inglese vissuto durante l'epoca Vittoriana nella quale racconta... be', lo vedrete cosa racconta. Negli anni successivi la sua stampa, le poche centinaia di copie circolarono, molto probabilmente, distribute direttamente di mano in mano, tra amici e conoscenti intimi dell'autore, per poi finire, naturalmente, sulle bancarelle o nelle biblioteche dei collezionisti. In seguito l'opera ha avuto anche una diffusione più vasta, con diverse edizioni e riedizioni pubbliche, quasi tutte in forma compendiata, come una selezione delle parti in qualche modo più interessanti.



Quanto è qui presentato, è il faticoso lavoro di Gang, uno dei massimi esperti della letteratura erotica che si possono trovare in giro. In questo momento si sta accapigliando sulla sua scrivania, ogni giorno, per dare vita all'edizione critica (e integrale) de «La mia vita segreta», corredata di un accuratissimo apparato di note tramite le quali il lettore potrà comprendere ogni minima sfumatura di quest'incredibile opera letteraria.

E adesso, leggetevi anche l'introduzione.

È noto che io amo provocare per il gusto di farlo, ammetto persino di provocare spesso così tanto da andare coscientemente oltre i limiti; non tanto quelli del buongusto verso il quale nessuno ha avuto il buon gusto di presenziare alle sue esequie, quantunque verso quelli della veridica esattezza di ciò che mi piace affermare in luogo di provocazione.
Ebbene, non scrivo cazzate questa volta sostenendo che «La mia vita segreta» è un romanzo.
Cosa importa se è stato scritto precipuamente in qualità di diario personale (all’anima del diario: dodici volumi) da parte di un gentleman inglese che non ha mai avuto aspirazioni e capacità letterarie vere, escluso lo sfizio di lusso di far stampare il tutto in forma anonima per mandarlo in giro tra ristrette cerchie. Non bisogna leggerlo, basta guardarlo: «La mia vita segreta» è un romanzo scritto all’apogeo del Romanzo durante l’apoteosi del periodo culturale dove il Romanzo prosperò: l’epoca Vittoriana. «La mia vita segreta» è uno dei “fiori all’occhiello” per l’uno e per l’altra, con quel rigore e severità a dir poco zincati e quelle prurigini insostenibili e irrefrenabili; due cose mescolate insieme più esplosive del fulmicotone, una rigidità così ossessivamente attenzionata da rendere depravazione qualunque cosa, persino leccarsi le dita semmai mangiando un babà si sporcano di crema.
«La mia vita segreta» non è solo un romanzo, ma è il Romanzo: guardatelo, sfogliatelo, leggetene qualche capitolo a salti qua e là, tentate di immergervi in una lettura più concentrata ed esaustiva, lo vedrete da soli.
Cosa è il Romanzo? Innanzitutto un libro scritto da un autore che vuole raccontare una storia originale, diversa da tutte le altre. Il Romanzo nasce da questa specie di “puntiglio”, da questa voglia di mettere da parte per una buona volta le Cleopatre, i Marcantonio, i Giulio Cesare, i re di Sicilia e i principi di Svevia per cambiare soggetto, per offrire la novità.
E quando si parla di trovare dei soggetti più interessanti degli emblemi della Letteratura Classica, dove si va a cercare? Per strada! Verso altri uomini e in molti casi anche donne (per la fortuna di tutti). Persone eccezionali, normali, esseri umani mediocri, o meschini: ladri, farabutti, ma anche scienziati ed eroi, genii del crimine, per tornare poi e infine alle sempre amate puttane, sui depravati, passando per i santi, i penitenti, gli scavezzacollo, i pigroni, gli inetti… al Romanzo in fin dei conti non importa granché chi è il personaggio protagonista e cosa fa, se è un pirata, il Re della Giungla o un nobile decaduto, uno psicopatico o un povero sfigato segaiolo; l’unica cosa che conta è che al centro del Romanzo ci deve essere il personaggio (almeno uno), poi il romanziere può farne ciò che meglio crede, basta che rispetti alcune linee guida.
Il Romanzo è una faccenda letteraria scritta perché sia letta da un pubblico vasto, e logicamente il vasto pubblico non apprezza granché leggere di descrizioni geografiche debordanti e minuziose, di trattati teologici, manuali di economia o le dimostrazioni delle teorie della Fisica; nel Romanzo tutto cade sulle spalle del personaggio e della sua storia, l’evoluzione che ha, le avventure vissute, le fortune e sfortune, i successi, gli squallori e vizi in cui indulge; i suoi tormenti, le emozioni, le speranze, i sogni et ectcetera etc… fanno la differenza.
Il Romanzo è sempre almeno il racconto di una vita umana o perlomeno di una sua porzione o in ultima istanza è una versione di una vita, umanizzata ma a volte neppure questo. E adesso la domanda finale e decisiva: che cosa rende un romanzo diverso e più interessante di una cronaca di fatti o di una biografia?
Ma naturalmente la possibilità di soddisfare uno dei desideri più grandi dell’essere umano nei riguardi dei suoi simili, quel desiderio di cui è facile vergognarsi sotto il segno delle Morali più importanti e diffuse, ma è segretamente ricercato in ogni età dell’uomo e della donna; si tratta di riuscire a vedere nell’Altro, nel vicino di casa, nel collega di lavoro, nell’amico, e anche nella moglie e nel marito, quello che non è possibile vedere normalmente: i suoi momenti d’intimità, le sue cose segrete, tutto quello che fa quando è solo oppure lontano dai “nostri” occhi. E col Romanzo si può osservare persino quello che è impossibile vedere nella realtà, cioè sapere cosa un altro pensa, quali sono i suoi sentimenti, le sue reazioni, le sue sensazioni fisiche eccetera. Arriviamo persino alla possibilità, ma non fu affatto un caso che il Romanzo crebbe insieme a molte scienze “sociali” e “umane”, prima tra tutte la Psicoanalisi – sapere la verità sull’altro, e poterlo giudicare nell’intimo e saper dire quando lui sbaglia su se stesso perché incapace di osservarsi esternamente con la dovuta oggettività. Potenza del Romanzo.
Tu guarda: «La mia vita segreta» è il racconto dei fatti più intimi e meglio occultati di un uomo inglese dell’Ottocento; non sappiamo quasi nulla di lui di quando non era a darsi da fare con le prostitute o con le sue amanti, ma questo non sembra avere alcuna importanza o essere d’impedimento per “conoscerlo”. Leggendo quello che lui scrisse ci sembra di conoscerlo perfettamente e questo funziona dannatamente bene anche se i dodici volumi sono lunghi, sono scritti male, sono spesso così pallosi che dopo un’ora o due di lettura si è tentati di abbandonarlo perché siamo solo sprecando il tempo in ricordi di bassa lega di un signore inaridito dal suo mondo che neppure da giovane ebbe mai qualità rimarchevoli.
Ma Walter – usava questo pseudonimo per nominarsi nel diario – ci ha fatto la storia della sua vita (segreta) osservando un rigore da fatica erculea secondo uno dei precetti del Romanzo ottocentesco: le storie vanno narrate ponendo la massima attenzione sul dettaglio e sul realismo dei fatti, e anche se un romanzo poi ne esce come una cosa sciatta e noiosa, non è colpa del Romanzo. Anzi no, non è proprio colpa di nessuno se noi uomini e donne siamo solo in grado di essere quello che siamo e anche la nostra più alta forma di narrazione, uno degli specchi della nostra civilizzazione, risulta essere una cosa “così così”.

R. Gang

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